Lontano dagli occhi, lontano dal cuore

La morte in fotografia è sempre stato argomento controverso. A partire da “Fading away“, una morte “messa in scena” dal fotografo inglese Henry Peach Robinson nel 1858, quando la fotografia era da poco maggiorenne.
O forse ancora prima, da neonata, quando uno dei suoi inventori si finse morto nella sua foto per attirare la compassione dei suoi connazionali.

Sono passati più di 170 anni, il tema dovrebbe essere ormai “sdoganato”. Le immagini reali hanno un ingresso preferenziale rispetto alle parole. Se mi dicono che “quelli dell’Isis” hanno sgozzato un giapponese la mia testa è pronta ad edulcorare questo atto inumano come preferisce. Mi torneranno alla mente le ghigliottine di Lady Oscar, tutto sommato una cosa semplice, immediata… quasi indolore. Ma se vedo una foto è diverso. E se vedo il filmato e capisco che non c’è una ghigliottina ma un coltello come quello che ho in cucina… è ancora peggio… E se sento l’audio di quel filmato… rischio di svenire. E se fossi stato lì, sarebbe stato ancora diverso…

Timothy O'Sullivan - Una messe di morte (1863)

Timothy O’Sullivan – Una messe di morte (1863)

Le parole non funzionano più? No, non hanno mai funzionato quanto le immagini. Quando Timothy O’Sullivan scatta questa foto della guerra di secessione (1863) era il massimo che potesse fare in una scena di guerra. Non c’erano le Leica di Robert Capa, il fotografo si portava addosso 50 kg. di attrezzatura e poteva intervenire solo a battaglia finita, quando era rimasta solo, come recita il titolo della foto, una “messe di morte”. E O’Sullivan è stato il primo a farlo. Dopo di lui l’editoria dell’epoca cominciò a pubblicare fotografie della guerra e non edulcorate illustrazioni dell’epica battaglia.

Grazie alle sue foto chi non era mai stato al fronte cominciava a comprendere che “il fronte” non era l’eroico luogo dove si costruiva la gloria di una nazione, ma un luogo desolato di sangue e fango, dove il vincitore e il vinto erano accomunati da un unico destino.

Fece scandalo. E non c’era Facebook.
La morte in pittura non era un tabù… Non lo è mai stata… Ma in fotografia era diverso.

Così come fecero scandalo le immagini della guerra in Vietnam, che orientarono l’opinione pubblica americana. O le foto di Guantanamo… La storia è piena di foto e video che hanno condizionato (quasi sempre in meglio) l’opinione pubblica e cambiato il suo corso.
E addirittura è così anche per la finzione! Pensate alle polemiche tra Franco Zeffirelli e Mel Gibson: due versioni della passione di Gesù, la prima pulita e romantica, la seconda splatter e iper-realistica, al punto da provocare malori e fuoriuscite anticipate dalle sale. Eppure tante persone sostengono di aver capito la figura di Gesù solo dopo aver compreso quale prezzo aveva davvero pagato. Non più storielle da catechismo ma scelta consenziente di Dio di patire un dolore atroce per amore di coloro che aveva creato.

E ancora: non si è capito cos’era il nazismo fino a quando non sono state pubblicate le foto delle fosse comuni. Scrisse Susan Sontag: “Quando vidi per la prima volta le foto scattate dagli americani nei campi di concentramento nazisti qualcosa dentro di me si indurì per sempre, e qualcosa continua a piangere ancora adesso”.

A questo punto un assurdo interrogativo mi assale: perchè le foto dei bambini ebrei uccisi dai nazisti ci disgustano meno del bambino affogato e ritrovato sulla spiaggia? Eppure i primi sono stati deliberatamente uccisi, per il secondo si è pur sempre trattato di un incidente… Scandaloso, terribile, ma pur sempre incidente…
Riesco a trovare una risposta solo al pensiero che le coordinate temporali hanno la loro influenza… È difficile ammettere che la storia è ciclica. Sono d’accordo con Domenico De Masi quando sostiene che viviamo nel migliore dei mondi possibili. Ma è dura pensare che nel 2015 tocchi vedere queste cose…

Ad ogni modo le foto, quelle “scabrose e inopportune”, possono cambiare il corso della storia. È già successo e succederà ancora. Punto. Chi nega questo nega l’evidenza.

Il punto oggi è un altro: ha senso pubblicare sul mio profilo Facebook la foto del cadavere di un bimbo annegato durante la sua traversata verso una vita normale? E qui il mondo si divide. C’è chi dice si, perchè quelle foto devono circolare e raggiungere il maggior numero di persone. E c’è chi sostiene che Facebook non è il luogo adatto, perchè i suoi inqulini sono i “gattini” e i “selfie” e non si mischiano le frivolezze con un tema delicato come la morte.

Si parla allora di immagini “belle” o “brutte” e qualcuno si spinge a dire che quelle troppo brutte, che disturbano il buon senso, su FB non stanno bene… E spesso pleonasticamente aggiunge “i razzisti sono delle merde”, oppure “tanto non cambierà mai nulla, il mondo fa schifo”.

Ecco, vorrei spostare l’attenzione dal dualismo “bello-brutto” a quello “utile-inutile”. Esistono foto belle e inutili e ci sono foto brutte e utili. E tutte le altre combinazioni possibili.

Chi ha stabilito che Facebook debba essere il luogo dei tramonti-inutili, dei selfie-inutili e dei gattini-inutili? Chi ha stabilito che su Facebook sia opportuno parlare di scie chimiche e maledire il ladro della mia bicicletta mentre sia inopportuno discutere di politica, di religione o di morte?

Ho una precisa idea sul post inutile e su quello utile. Una idea che provo a condividere.

Secondo il mio modesto parere sono inutili i post che terminano con “vergognatevi!”. Sono inutili i post che fotocopiano il pensiero di altri senza aggiungere nulla. Sono inutili i post che alimentano il nichilismo e la disperazione. Quelli che ripetono che l’Italia fa schifo, che i politici fanno schifo, che gli immigrati fanno schifo e che i razzisti fanno schifo. E quindi? Sono inutili i post che maledicono chi mi ha fatto un torto e mettono in guardia che la nostra pazienza è finita. Inutili. Perchè non contribuiscono alla crescita di alcuno e con il meccanismo dei “like” trascinano tutti in spirali di odio, violenza, scoraggiamento. Creano fazioni, abbattono ponti. E fanno il gioco, guarda un po’, degli scafisti e dei “politici corrotti” che grazie alla nostra rinuncia all’impegno attivo continueranno indisturbati a fare quello che stanno facendo.

Sono invece utili i post che danno speranza, che riflettono sul meccanismo delle cose, quelle belle e quelle brutte, come una giovane vita stroncata a metà tra la terra, il mare… e il cielo! Sono utili i post che interpellano, che ci chiedono cosa ne pensiamo, che attivano il pensiero umano senza inutili chiose standardizzate. Sono utili i post di una coppia che festeggia 10 anni di matrimonio, perchè mi dicono che è possibile arrivarci… Sono utili i post dell’insegnante che augura buon anno scolastico ai suoi alunni, perchè mi ricordano che in fondo il professor Keating non è un personaggio di fantasia. Anche un post di scoraggiamento può essere utile se è una richiesta di aiuto e non una sentenza sul destino dell’umanità…

In fotografia è lo stesso: ci sono foto inutili e foto utili, e quasi sempre l’utilità è garantita, guarda un po’, quando la foto mi interpella (più o meno violentemente) e mi dice qualcosa di nuovo. Attenzione, non qualcosa di bello. Qualcosa di nuovo…

Detto questo io quella foto non l’ho condivisa sul mio profilo. Qualcuno potrebbe legittimamente chiedersi perchè, visto quello che ho appena sostenuto.
Ma se avete seguito bene il mio pensiero il motivo è semplice: oggi, 3 settembre, pubblicare quella foto è perfettamente inutile. Quando l’ho vista per la prima volta la mia bacheca era già letteralmente invasa dalle immagini di quel corpicino.
E se, come ho sostenuto all’inizio, le parole non funzionano quanto le immagini, è altresì vero che le immagini senza le parole che le “attivano” sono spesso sterili.

E mi preoccupa un fenomeno sotto gli occhi di tutti. I primi a “rilanciare” questo tipo di foto sono spesso gli stessi che quotidianamente abboccano alle migliaia di bufale che popolano Facebook. E questa è la cosa che mi preoccupa di più: una incombente ansia da scoop, un bisogno morboso di mostrare che tutto fa schifo, di usare i social network come megafono per la propria insoddisfazione personale.
La frontiera dell’ignoranza oggi è spostata su questi temi: ignorare che esistono persone di buona volontà e alimentare lo scandalo a tutti i costi, senza verificare la notizia, senza voler comprendere.

Il mio modesto pensiero è così sintetizzabile: quella foto è brutta. Quella foto è stata utile. Continuare oggi a rilanciarla è perfettamente inutile.

E se per ogni selfie pubblicassimo anche qualcosa di utile Facebook sarebbe un posto migliore.

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